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UNA DONNA
PIENA
di Chiara Santoianni
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22.10.2006
Conciliare carriera e
passioni... per diventare una persona felice.
Scrittrice,
giornalista, attivista per i diritti politici, ma anche sportiva e attrice.
Amanda Nebiolo ci racconta come concilia le carriere e le passioni della sua
vita.
Amanda Nebiolo , torinese,
33 anni, è laureata e sposata. Tra i suoi tanti impegni professionali e
interessi (che spaziano dalla letteratura all’enogastronomia, dallo sport alla
recitazione) trova anche il tempo di dare il suo contributo alla causa di
Amnesty International.
Hai
pubblicato un libro, scritto articoli di enogastronomia e sport, prestato il tuo
volto alla tv, al cinema e alla pubblicità e sei persino autrice e regista di un
cortometraggio. Svolgi inoltre la professione di consulente scientifico nel ramo
estetico. Qual è, delle tue carriere, quella che più ti sta a cuore?
Nessuna di queste. Ciò che
ormai si ripete spesso è il fatto che venga data di me un'immagine nella quale
io non mi riconosco.
La mia fortuna è stata di
riuscire ad intuire il modo in cui trarre vantaggi da quello che ho sempre
riconosciuto essere il mio principale difetto: la volubilità. L'unica cosa
concreta è il mio desiderio di non passare attraverso esperienze sterili.
L'infertilità delle azioni è il vedere chiaramente con gli occhi ciò che poi si
ignora con i fatti. Continuando a fornire di me il profilo di una persona tanto
intraprendente e poco comune, mi si crea intorno un vuoto che vanifica l'unica
cosa che vorrei. Avendo occupazioni ed interessi di natura diversa, ho avuto la
possibilità di sperimentare realtà differenti. Ho visto con gli occhi, senza
aver ancora fatto nulla. Io non voglio essere osservata come un insetto in
un'ampolla di vetro, perché un insetto in un'ampolla di vetro è morto ed è
patetico. Voglio dare un senso al mio tempo per evitare di considerarlo una
risorsa sprecata, alle mie azioni per renderle utili a qualcuno, e non posso
riuscirci finché mi ergo, e non per mia scelta, su un piano da cui quel qualcuno
non mi può sentire.
Hai
lavorato con nomi noti del cinema e della tv; recentemente hai girato una
fiction con Luca Zingaretti, per la regia di Simona Izzo e Ricky Tognazzi. Che
rapporto hai con il mondo dello spettacolo?
Ho iniziato a posare per
agenzie di moda e cinema subito dopo il liceo. Mi consideravo carina e credevo
non ci fosse nulla di sconveniente nel trarre benefici dalla propria immagine.
Non ho mai reputato questo genere di attività un lavoro, ma ogni gioco impone
comunque il rispetto di determinate regole ed io, inizialmente, non avevo alcun
punto di riferimento con il quale confrontarmi. Quando si è giovani si è
vulnerabili ed un margine di rischio, in questo settore, è intuibile e non va
sottovalutato. Ho cercato quindi di garantire la mia disponibilità a figure
professionali competenti e di accettare solo i lavori più sicuri, studiando
contemporaneamente recitazione e dizione per evitare di incassare frustrazioni
in sequenza, in un ambiente in cui essere carine è pressoché il requisito minimo
necessario.
Hai
ottenuto la qualifica di istruttrice di nuoto e il brevetto di subacquea,
l’abilitazione per comandare unità da diporto e il certificato di idoneità al
maneggio delle armi… Pratichi il golf, gli sport nautici e il tiro a segno. Come
riesci a fondere la tua spiccata femminilità con un mondo così maschile?
Frequento ambienti molto
eterogenei, ma per lo più maschili, così come maschile definirei una buona parte
delle mie attività.
Ho amato profondamente un
uomo del quale ho subito il fascino al punto tale da sviluppare nei suoi
confronti una forma di identificazione. Sono venuta a conoscenza di episodi
della vita di questa persona di cui direttamente non si era mai parlato, e
quanto più questi racconti erano gravi, tanto più io maturavo un'attrazione
morbosa verso ogni forma di corruzione e verso di lui. Sono cresciuta facendomi
piacere tutto ciò che credevo gli interessasse, ma anche ricercando
frequentazioni ambigue ed apprezzando in queste ogni possibile deviazione. Ne
ottenevo che, nella misura in cui lui constatava in me il perpetuarsi di
determinati errori, proporzionalmente mi puniva facendomi sentire colpevole,
insufficiente e inadeguata. Per un amore insano io stavo diventando come
l'immagine deforme che mi ero creata di lui e per altrettanto e preoccupato
amore lui mi puniva con il peso del suo giudizio e dei suoi silenzi. Ho
trascorso anni nella convinzione che non avrei retto al dolore della sua
perdita, ma sbagliavo. Al cimitero, il suo nome è scritto con lettere di ferro
su una lastra marmorea ed un vetro scorrevole separa me da quella lapide. Guardo
la mia immagine riflessa sul vetro ed attraverso il vetro leggo il suo nome. Non
prego e non gli parlo, ma vedo me riflessa davanti a quel nome che amo ed oggi
ciò che riconosco sono finalmente due individui distinti ed un rapporto sereno.
Hai
deciso di devolvere i ricavati delle vendite del tuo primo libro ("Il recinto,
Michele Di Salvo Editore/ Tracce Diverse, 2005) alla causa di Amnesty
International, e così sarà anche per il secondo che hai in preparazione. E hai
intitolato il tuo cortometraggio "Talking about freedom, perché credi che valga
la pena di battersi per la libertà e i diritti civili di ogni essere umano. Cosa
pensi che ognuno di noi potrebbe fare, nel suo piccolo, per portare avanti
questa causa?
Ho girato il mio
cortometraggio nel 2001 all'interno del penitenziario di Alcatraz, in
California. Avevo 28 anni, non mi occupavo ancora di diritti civili e l'unica
libertà alla quale ero interessata era quella che rivendicavo per me stessa.
Talking about freedom è stato presentato in occasione del TORINOFILMFESTIVAL
2003, ottenendo un successo di critica inatteso che attribuisco all'empatia che
si era venuta a creare tra me, nella prigione in cui sentivo di essere reclusa,
e tutti coloro che stavano vivendo la propria Alcatraz, chiusi tra muri di
incomprensioni, di affetti frustrati e di aspettative disattese.
Non si può amare la
libertà del prossimo senza avere il rispetto per la propria. Non ci si può
occupare degli altrui diritti senza che venga pretesa la non violazione di
quelli che ci riguardano in prima persona. E' questo il primo passo. Il riguardo
e la cura di sè, del proprio mondo interiore e di tutto ciò che ogni giorno deve
venirci garantito.
A
proposito di solidarietà… Dovrebbe essere una caratteristica di noi donne,
eppure si parla spesso anche di "rivalità femminile. Credi che sia uno
stereotipo, o un fattore realmente condizionante? In questo caso, che consigli
daresti alle donne per evitare il ruolo della rivale?
Nessun suggerimento è
efficace di fronte a sentimenti radicati. La rivalità tra donne è un'oggettività
che non nego, ma non nego nemmeno il valore migliorativo che la rivalità può
assumere, se gestita come risorsa utile per mettere in atto le proprie
potenzialità col fine di raggiungere un obiettivo. Diversa è l'invidia, alla
quale attribuisco una connotazione interamente negativa per le caratteristiche
di distruttività e odio che può arrivare ad assumere. Se la prima trova
occasioni per tradursi in un beneficio individuale, la seconda riconosce come
proprio substrato l'annientamento, crescendo dentro e logorando chi ne è
portatore e nutrendosi del danno e del dolore di chi ne è bersaglio o vittima.
Le energie impiegate desiderando, e talvolta programmando, l'infelicità altrui,
sono lo specchio più fedele della scarsa autostima e della mediocre qualità di
vita di chi, credendo di non poter emergere con i propri mezzi, desidera la
sconfitta e la sofferenza di coloro che considera migliori o più realizzati, che
sia per reali capacità o per semplice buona sorte.
Pensi che la bellezza, in una donna, sia sempre un valore aggiunto, o possa a
volte trasformarsi in un’arma a doppio taglio?
La bellezza è un richiamo
attraverso il quale si arriva a sviluppare un'immagine più forte di se stessi.
E' molto semplice. I complimenti che giungono puntuali esercitano sulla mente
gli effetti di un mantra che concorre, più o meno inconsapevolmente, alla
creazione di un'autoimmagine positiva. Si instaura, inoltre, un meccanismo di
rinforzo che induce a proteggere ed a amplificare la ragione per la quale si è
oggetto di apprezzamenti e di attenzione. Un bell'aspetto non diventerà un arma
a doppio taglio nella misura in cui rimarrà un attributo di cui servirsi o di
cui godere, senza diventare quindi un'ossessione ottusa e fine a se stessa. Ben
altro valore attribuisco però alla seduttività, senza la quale, della sola
bellezza, rimane ben poca cosa.
Tornando alla tutela delle libertà e dei diritti, quali ritieni che siano, nella
realtà femminile, i diritti maggiormente calpestati oggi?
Le donne sono, in primis,
delle persone e come tali oggetto di tutti gli abusi e le violazioni che
persistono in quella realtà che tutti noi avremmo sotto gli occhi, se solo
avessimo voglia di guardare. A questo si aggiungono le condizioni e circostanze
che conferiscono a questo sesso una maggiore vulnerabilità, a partire da
tradizioni culturali obsolete che considerano ancora oggi la donna uno strumento
a disposizione della famiglia e del proprio uomo ed i suoi diritti non solo
negati, ma neppure ancora riconosciuti. Non è necessario andare a pescare le
tematiche dell'infibulazione o della pubblica lapidazione per adulterio per
poter constatare quanto si verifica ancora oggi, spesso ad un passo da noi.
Diritti oltraggiati e violenze fomentano la cronaca dei nostri quotidiani, le
discussioni che vivacizzano i programmi d'intrattenimento e persino i
pettegolezzi che animano la gente per le strade. Il problema è questo, l'averne
fatta un'abitudine che, anziché spingere all'azione, soddisfa una morbosa
pruderie, diventando una parentesi che percepiamo come più leggera rispetto alle
preoccupazioni che ci riguardano da vicino.
Hai
realizzato già tanto. Hai ancora qualche obiettivo da raggiungere?
Come ho già scritto, io
vedo con gli occhi, ma so di non avere ancora realizzato nulla. Ho provato
l'interesse ed il piacere di vivere e per questo non provo colpa. Proseguo,
senza fingermi migliore di quella che sono, e non mi identifico né con la difesa
dei diritti delle donne, né con i principi umanitari, ma nemmeno con un progetto
di vita predefinito a cui mi dovrei uniformare. Farò ciò che reputerò giusto,
senza autolesionismi e con i mezzi che avrò a disposizione e saranno gli
obiettivi ad adattarsi necessariamente a quella che diventerò. Ho imparato a
distinguere tra soddisfazione e gioia. Concentrandosi sulla propria
individualità si ottengono gratificazioni e piacere, ma la felicità appartiene
ad un'altra dimensione che oltrepassa il sé. Vorrei diventare una persona
felice.
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